STILL LIFE

STILL_LIFETITOLO: STILL LIFE

GENERE: DRAMMATICO

RATING:  * * * * *

TRAMA:

John May è un impiegato comunale cui spetta il pietoso compito di cercare i familiari od i conoscenti di persone decedute in solitudine. Si tratta per lo più di persone trovate morte dopo giorni nelle loro case, senza che nessuno ne avesse denunciato l’assenza o li possa ricordare e piangere. Un compito delicato che John svolge con amore e grande sensibilità scegliendo con cura le musiche più adatte al funerale, scrivendo, in base ai pochi indizi ritrovati, il sermone che il prete leggerà poi durante funerali deserti.

Nonostante la tenerezza e la devozione con la quale John May conduce il proprio lavoro, il suo capoufficio un giorno gli comunica che verrà licenziato: troppo lento e soldi sprecati.

Ferito ma affezionato sino in fondo al proprio lavoro, John chiede al capoufficio di poter chiudere il suo ultimo caso, la “pratica” di Billy Stoke, un uomo alcolizzato e solo che in passato doveva avere avuto una vita normale e felice ….

(Regia: Uberto  Pasolini – anno 2013)

COMMENTO:

Pura poesia! Quello sguardo … quegli occhi …. sono occhi preziosi e rari perché sono occhi che sanno vedere!

Un film toccante, intenso, una recitazione, quella di Eddie  Marsan, da oscar!

La storia di un uomo che ricuciva con amore vite spezzate e relazioni interrotte. Un film sulla pìetas e sulla compassione, sentimenti che necessitano di una sensibilità molto speciale per poter manifestarsi in un mondo spietato, frettoloso e cinico, ben rappresentato dal capoufficio di John May. Una sensibilità più unica che rara quella dell’anonimo impiegato del comune, che non è però sfuggita agli occhi di Kelly Stoke quando al chiudersi delle portine del treno gli regala uno sguardo carico di promesse.

Un film splendido e delicato, una regia (Uberto  Pasolini) ed una sceneggiatura (Uberto Pasolini) dallo stile essenziale, sobrio, pulito e rigoroso, una fotografia (Stefano Falivene) dai colori chiari e tenui, un mix di talenti artistici che hanno fatto di Still Life una fra le più belle opere d’arte che abbia mai visto.

Magistrale la scelta del volto del protagonista che da solo vale già metà pellicola.

Dovrei scrivere una poesia per recensire questo film, ma non ne sono capace. La direzione dello sguardo, una espressione appena accennata, un semplice gesto, l’inquadratura di un dettaglio  valgono più di fiumi di parole e si affidano alla sensibilità dello spettatore. Nulla è lasciato al caso, come il soffermarsi appena della telecamera sulla pila di libri che sostituivano la gamba rotta di una poltrona a casa di Kelly, proprio come faceva il padre e senza che questi glielo avesse insegnato, perché certe cose non occorre insegnarle, i genitori ce le trasmettono con il sangue.

Quegli occhi … da particolari per altri insignificanti, se non addirittura invisibili, come l’impronta di una testa sul cuscino, i segni delle dita affondate in un barattolo di crema idratante dei grandi magazzini, sapevano ricucire brandelli di vita facendone un abito dignitoso. Una fotografia, una bambolina souvenir su di una mensola e una vita di solitudine si tramutava nel racconto di una donna sorridente che ballava il flamenco, una storia che il prete leggeva ad una platea inesistente.

Bellissima la presa di coscienza da parte di John May della propria solitudine quando apprende che Billy Stoke abita proprio nell’appartamento di fronte al suo. Quell’affacciarsi dalla finestra di casa sua per vedere quella del suo sfortunato vicino, è stato per John come riflettersi in uno specchio, facendogli scattare dentro qualcosa di profondo. Da allora ogni nuovo particolare della storia di Billy Stoke, appreso durante le sue meticolose ricerche, lo aiuterà ad immedesimarsi sempre più in quello strano uomo ai margini della società, sino ad identificarsi a tal punto da desiderare di sperimentare alcune sue gesta, come quello di appendersi nel vuoto reggendosi con i denti alla cintura, sino a pisciare sulla ruota dell’auto del suo capoufficio, non prima di aver accuratamente spostato la sua borsa per non schizzarla. Gesti trasgressivi che evidentemente non appartenevano alla sua indole precisa e buona, ma che quel meccanismo di empatia aveva proiettato in lui.

Meravigliosa la trasfigurazione di John May dopo la soluzione del suo ultimo caso e l’incontro con la figlia di Stoke, una trasformazione che regia, luci e recitazione sono riusciti a rendere chiaramente percettibile allo spettatore trasformando l’anonima immagine dell’impiegato comunale in quella di un volto radioso e carico di speranza, un volto che dopo tante morti in solitudine si illuminava di vita e di amore, delicatamente espressi con l’acquisto di due tazze da thé decorate con le immagini di due cani, perché John May sapeva vedere anche dentro il cuore dei vivi e lei lavorava prendendosi cura proprio dei cani.

Il finale tutt’altro che banale è struggente, ma l’abile penna di Pasolini va incontro ai desideri di giustizia del pubblico scegliendo di regalare una consolazione spirituale anziché esistenziale, un finale poetico all’altezza di questo commovente film.

L’album di fotografie dei casi irrisolti da parte di John May, quelle immagini sorridenti o che ritraevano momenti felici di vite passate, testimoniano che tutti nasciamo grazie qualcuno che ha amato e ci ha amati, e che per tutti c’è stato un momento felice, almeno uno, per cui è valsa la pena scattare una foto; il resto è vita .. un attimo .. qualcosa che va storto, e ci si ritrova soli, a parte un gatto che ci fa compagnia o gli occhi di persone come John May. Che fortuna incontrare due occhi così!

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