CAPTAIN PHILLIPS – ATTACCO IN MARE APERTO

CAPTAIN_PHILLIPS_ATTACCO_IN_MARE_APERTOTITOLO: CAPTAIN PHILLIPS – ATTACCO IN MARE APERTO

GENERE: DRAMMATICO, AZIONE

RATING:  * * * +

TRAMA:

Il capitano di marina Richard Phillips sta conducendo la sua nave mercantile Maersk Alabama al largo delle coste somale. Sembra una missione come tutte le altre, ma i due puntini comparsi improvvisamente sul radar che si avvicinano rapidamente non lasciano presagire niente di buono …

(Regia: Paul Greengrass – anno 2013)

COMMENTO

Un Tom Hanks convincente ed artisticamente maturo che col passar del tempo è cresciuto tanto da collocarsi tra miei attori preferiti (superba la sua recitazione quando fa la parte dell’uomo sotto shock), una trama originale ed attuale che racconta una vera storia di pirateria avvenuta nei mari antistanti il corno d’Africa, sono solo alcuni degli elementi che fanno di Captain Phillips una avventura avvincente da non perdere. I dialoghi sono scarni, ma la tensione ed il ritmo sono sempre altissimi, grazie ai passaggi narrativi da reporter di Paul  Greengrass.

Insolita e degna di nota l’assoluta mancanza di donne per l’intera durata del film (a parte i primi tre minuti dove, in maniera del tutto secondaria ed irrilevante, compare la moglie del Comandante Phillips), la qual cosa conferisce alla storia una maggiore sobrietà e verosimiglianza, evitando le frequentissime forzature e cadute di stile in cui tanti sceneggiatori e registi incespicano quando hanno a che fare con le relazioni tra i due sessi.

Un dramma al maschile dunque, sempre realistico e credibile anche quando nella storia irrompono i mitici Navy Seals, i corpi speciali della marina statunitense, addestrati per risolvere le crisi militari più delicate e pericolose. Non essere caduti nella facile tentazione di inserire gesti da super uomini, rovinando un film così equilibrato, è una ulteriore nota di merito per il regista inglese Paul  Greengrass, attento e sensibile autore di film dal taglio sociale importante come Bloody Sunday (Orso d’Oro 2002 al festival di Berlino) e  United 93 (sull’attacco dell’11 settembre a bordo dell’aereo kamikaze).

Tuttavia durante la visione del film mi è successo qualcosa di inaspettato e stupefacente: gli occhi spaventati dei pirati, il gesto di riguardo del loro capo nel cercare sempre di rassicurare il prigioniero con il suo inglese lento e stentato (“Andrà tutto molto bene”), rivelano una umanità non del tutto morta, una sensibilità appena accennata ma sopravvissuta ad una vita durissima. Questi tratti psicologici a mio parere hanno reso labile lo spartiacque tra buoni e cattivi, e modificato le solite dinamiche partigiane che portano gli spettatori a schierarsi senza ambiguità per gli eroi della storia. Vedere la “scodella” che conteneva i pirati somali circondata dalle navi da guerra americane, i Navy Seals da una parte, vitaminizzati, culturizzati ricoperti di tecnologia, con lo sguardo tronfio e fiero di chi sa di avere le spalle coperte da padroni potenti che li hanno posti a guardia dei loro affari, degli involucri umani fatti di pelle, fame e povertà dall’altra, non solo ha impedito che esultassi all’arrivo della cavalleria, ma mi ha ispirato un profondo rispetto e commozione per degli uomini colpevoli solo di essere nati in un contesto dove la  migliore opportunità di vita, offerta dal locale ufficio di collocamento e contesa con gli altri uomini del villaggio, era quella di andare a rischiare la vita a bordo di carrette del mare per assaltare navi mercantili! Banale ma vera la domanda che il comandante Phillips, ormai esasperato, pone al suo rapitore: “Eppure ci deve esser un altro modo per vivere in pace ….”, alla quale Muse con espressione di pietra risponde: “Forse in America, … forse in America!”, .

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