DJANGO – UNCHAINED

django_unchainedTITOLO: DJANGO – UNCHAINED

GENERE: WESTERN, DRAMMATICO

TRAMA:

Stati uniti d’America 1858, due anni prima della guerra civile tra nordisti e sudisti.

In un paese appestato dalla piaga dello schiavismo, su di un carretto da dentista si aggira un bizzarro personaggio tedesco, il Dott. King Schultz.

Ma dietro le maniere garbate e la sua grande cultura, si cela in realtà un cinico ed intelligente cacciatore di taglie che percorre il paese in lungo ed in largo a caccia di criminali sul cui capo pende una ricompensa.

Nel corso della caccia ai fratelli Brittle, il dott. Shultz si imbatte in una carovana di negrieri che sta conducendo al mercato il suo sventurato carico umano.

Tra loro c’è uno schiavo che conosce il volto dei ricercati, il suo nome è Django. Il dott. Shultz condurrà allora una trattativa con i negrieri per acquistare lo schiavo a lui indispensabile per individuare i fratelli Brittle che il dottore non conosce. La trattativa sarà ovviamente condotta nel suo stile impeccabile.

Una volta di sua proprietà, Shultz propone a Django un patto: se lui lo aiuterà a trovare e catturare vivi o morti (ma più morti che vivi) le sue prede, lo lascerà libero.

Durante la caccia Shultz addestrerà Django nella difficile arte del cacciatore di taglie.

Ma il tempo e le avventure trascorse insieme finiranno per trasformare quel patto in una relazione d’amicizia e rispetto più profonda, che porterà il dott. King Shultz ad aiutare Django nella ricerca e liberazione di sua moglie Broomhilda, venduta allo spietato proprietario della piantagione di Candyland nel Mississippi, un vero inferno per schiavi negri!

(Regia: Quentin Tarantino – anno 2013)

RATING:  *  *  * +

COMMENTO:

Ancora una storia di vendetta, un sentimento utilizzato ed abusato nel cinema, ma di cui Quentin Tarantino è il maestro indiscusso, il sacerdote che meglio lo celebra sull’altare del cinema!

La maestria consiste in una conoscenza così profonda di quell’istinto da consentirgli di maneggiarlo con confidenza e naturalezza, tanto da poterci giocare.

Ma la bravura del vecchio regista va oltre, rivelando una conoscenza più ampia. Per dirigere infatti quel sentimento sepolto nel cuore dello spettatore sotto strati di freni inibitori, sensi di colpa e sovrastrutture costate anni di lotta per la civiltà, è necessario conoscere anche il terreno in cui quell’istinto affonda le sue radici, l’animo umano e le sue dinamiche.

Che cosa genera il desiderio di vendetta se non la consapevolezza di aver subito un torto, le azioni più efferate ed ingiuste?

Crudeltà gratuita ed ingiustizia sono le componenti alchemiche di quella dinamite psichica che è il sentimento della vendetta, e Quentin Tarantino è l’alchimista che ne possiede la formula!

Ingiustizia, efferatezza, violenza gratuita, viltà, vigliaccheria, arroganza, crudeltà, superiorità, stupidità, ottusità, meschinità, le peggiori miserie dell’animo umano esercitate nei confronti dei più deboli; sono solo alcuni dei condimenti che Tarantino, come un grande chef, usa per presentare agli avventori la stessa pietanza base in decine di varianti; la vendetta servita con fantasia e genialità come se fossero tanti piatti che differiscono tra loro per colori, scenografia, sfumature, modalità di preparazione; ci sono le portate condite con umorismo o ironia, quelle ansiogene e raccapriccianti, malinconiche e romantiche, o per gli amanti del biologico quelle spietate servite al naturale, nude e crude.

Il maestro sa dosare gli ingredienti ed i condimenti sapientemente, creando ad arte la perfetta miscela esplosiva sino a trasformare anche un geometra del catasto in un barbaro visigoto urlante che anela il suo tributo di sangue.

La sua specializzazione nell’analisi e rappresentazione cinematografica di questo sentimento umano gli consentono di condurre lo spettatore con maestria verso questo stato d’animo.

Il vecchio maestro riesce a far vibrare le corde interiori dell’animo umano come un sapiente musicista fa suonare un’arpa, portando gli spettatori a desiderare, bramare quel terribile sentimento che trasforma anche una tranquilla massaia in una sacerdote che reclama le sue vittime sacrificali, sino a servirgliele su di un piatto d’argento.

Tutto il pubblico è in piedi e la sala cinematografica è il tempio dove nella scena finale si compirà il rito catartico e purificatore che libererà l’anima dello spettatore dalla rabbia più cieca portata alla luce dall’arte manipolativa di Tarantino.

Il fuoco della vendetta che ardeva in petto è domato; l’ordine naturale delle cose è ripristinato. Una volta, almeno una volta, anche se per finta, giustizia è fatta, e ognuno può tornare lentamente in se, nelle proprie case, appagato dalla giustizia cinematografica di Quentin Tarantino.

Simpatico l’omaggio di Tarantino ai maestri Sergio Corbucci e Sergio Leone, nello scelta dello stile italiano “spaghetti western” del primo tempo, evocato anche dalla colonna sonora d’apertura anni ’60.

Nonostante il prologo sia servito a ben delineare i personaggi, a tratti la prima parte risulta tuttavia un po’ noiosa a causa del cliché da film western troppo visto e tradizionale.

Ma dal secondo tempo in poi il film accelera sino a decollare, grazie alla geniale messa in scena architettata dal Dott. Shultz per liberare la moglie di Django e la sfida psicologica all’ultimo sangue che in nostri eroi ingaggiano con il sanguinario e spietato Calvin Candie (Leonardo di Caprio).

Spettacolare la bravura degli attori che hanno saputo dare vita alle tipologie psicologiche più disparate: un grandissimo Leonardo di Caprio ha fatto odiare Calvin Candie il padrone dell’infernale Candyland.

Un bravissimo Christoph  Waltz (nei panni del damerino tedesco Dott. King Schultz)  ci ha fatto sorridere con quell’humor nero che solo Tarantino sa usare così bene.

Bravo anche Jamie  Foxx (Django) che ha animato l’eroe nero del film, il cavaliere senza paura che affronta il drago per salvare la sua Brumilde.

Interessante ed originale la redenzione del dott. Schultz che da cinico cacciatore di taglie si trasforma in un uomo con una nobiltà d’animo tale da decidere di sacrificare la propria vita per un ideale; una scoperta sui misteri dell’animo umano che forse stupisce persino lui.

Una menzione speciale per la tipologia caratteriale del personaggio più spregevole della storia: Stephen, il kapò di Candyland (magistralmente impersonato da Samuel L.  Jackson), lo stereotipo della pusillanimità; un essere talmente ripugnante da annientare se stesso pur di brillare di luce riflessa del padrone, talmente servo da rinnegare la sua stessa razza pur di provare il brivido di un potere che non possiede, l’emblema della sindrome del “cugino del re”, il personaggio che più si avvicina alla vera servitù, quella che non viene dalla violenza dei padroni ma dalla tentazione del proprio animo servile, come ben descrive Indro Montanelli.

Tra l’altro … (concedetemi una divagazione goliardica), non solo il ruolo, ma anche il volto di Stephen …. non vi ricorda Angelino Alfano? (eh eh eh eh!)

La servitù, in molti casi, non è una violenza dei padroni, ma una tentazione dei servi.

[Indro Montanelli]

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