CLOUD ATLAS – TUTTO E’ CONNESSO

cloud_atlasTITOLO: CLOUD ATLAS – TUTTO E’ CONNESSO

GENERE: FANTASCIENZA

TRAMA:

Cosa hanno in comune un avvocato inglese nelle isole del pacifico del 1800 che lotta contro la schiavitù, l’amore appassionato di due gay negli anni ’30, le indagini condotte nel 1970 da una giornalista di colore su un torbido affare tra lobby petrolifere e nucleari, le disavventure di un vecchio editore che nel 2012 tenta di sfuggire ai creditori, la presa di coscienza di Sonmi-451 che nella Seoul del 2144 scopre di essere un clone destinato a servire gli umani per poi morire dopo una breve esistenza, una donna di una civiltà superiore che, imprigionata nella terra del 2300 dove scienza e civiltà sono scomparse, tenta di ristabilire un contatto con il suo pianeta per tornare a casa?

Il tempo e lo spazio sono soltanto convenzioni, abili mistificazioni che nascondono alle anime incarnate la verità: tutto è connesso!

(Regia: Andy  Wachowski, Lana  Wachowski e Tom  Tykwer – anno 2013)

RATING: * * –

COMMENTO:

Schema assai frequente: soggetto ambiziosissimo ed accattivante, realizzazione pessima.

Quando le capacità artistiche non sono all’altezza dell’ambizione si scade nella presunzione.

Il film ambirebbe a rappresentare la sintesi delle sintesi: sincretismo e fisica quantistica, una sfida al genio umano che Andy  Wachowski, Lana  Wachowski e Tom  Tykwer hanno perso.

Tutto è connesso, la morte e la rinascita altro non sono che porte: una vecchia porta si chiude, una nuova si apre. Il bene ed il male sono gli opposti che si scontrano eternamente in una lotta senza fine.

La legge del karma conduce le nostre vite attraverso nodi inevitabili, incontri che tramite la scelta determinano un destino tra le infinite potenzialità; le conseguenze delle nostre azioni si ripercuotono in tutto l’universo; la separazione è solo una illusione, in realtà tutto è connesso!

“Paura, fede, amore, fenomeni che determinano il corso della nostra vita. Queste forze cominciano molto prima che nasciamo e continuano dopo la nostra fine”.

“La nostra vita non ci appartiene, siamo legati ad altri, passati e presenti, e da ogni crimine e ogni gentilezza generiamo il nostro futuro”.

La realizzazione di soggetti così spiritualmente elevati, ambiziosi e complessi richiede talento allo stato puro, una poetica che solo pochi maestri posseggono, maestri visionari della caratura di Terrence Malick che per esempio è riuscito a trasporre cinematograficamente concetti per definizione irrapresentabili come Dio (l’Uno/il Tutto/ l’Universo, chiamatelo come volete), in quella splendida opera d’arte che è The Tree of Life, Per fare ciò Malick ha fatto ricorso alla tecnica delle suggestioni, evocate da immagini grandiose, musiche magnifiche, trasposizioni dei pensieri nello spazio e nel tempo attraverso montaggi funambolici, lasciando poi alla scintilla di infinito che alberga nel cervello di ogni spettatore il compito di colmare gli spazi che la materia non può rappresentare. Il risultato è un film meraviglioso ma difficile e non alla portata di tutti.

I creatori della meravigliosa trilogia di Matrix invece, nel tentativo di far capire alla massa del pubblico concetti spirituali così raffinati, hanno scelto di rappresentarli in maniera talmente esplicita da renderli banali o addirittura buffi. Penso per es. al pessimo lavoro dei truccatori: il loro compito era quello di rendere riconoscibili nelle varie epoche storiche, situazioni, sessi e razze, le sembianze che le anime (rappresentate ovviamente dagli stessi attori) di volta in volta dovevano assumere nelle successive incarnazioni. Nonostante i salti mortali il risultato è stato terribile, soprattutto quando cercavano di spacciare l’attrice orientale Doona  Bae per una giovane della borghesia inglese dell’800 (Tilda) o quando viceversa tentavano di contrabbandare per orientale un attore nero o bianco  (orribile Jim  Sturgess trasformato in Hae-Joo Chang, una sorta di Neo in una Matrix dei poveri!), il risultato finale era quello di facce improponibili, grottesche o ridicole.

Fastidioso il potpourrì di idee rubate ad altri film cult della fantascienza come quella delle ragazze clonate della “mangeria” di Seoul che al termine del loro ciclo venivano liberate dalla schiavitù facendole credere che sarebbero andate a vivere nel mondo dei purosangue, mentre in realtà venivano inviate al macello come capi di bestiame al mattatoio: la lotteria con l’ambito premio finale del film The Island vi ricorda niente? L’eroe ribelle Hae-Joo Chang (l’occidentalissimo Jim  Sturgess con la faccia storpiata da orientale) e le atmosfere della futuristica Seul non vi ricordavano il mitico Neo di Matrix?

Questi ingredienti di volgare scopiazzatura più il resto hanno trasformato il film in un minestrone New Age!

Altro segno dell’evidente fallimento artistico è la totale assenza di pathos: malgrado le molteplici storie di vite e situazioni , non c’è una sola scena che faccia scattare nello spettatore l’emozione, neanche quelle più drammatiche, come la storia d’amore appassionata tra due omosessuali o il truce massacro di donne e bambini perpetrato degli abitanti più involuti e selvaggi nell’isola dei sopravvissuti alla catastrofe nucleare.

L’’unica scena apparentemente insignificante ma per me degna di nota, è stato il momento in cui lo schiavo negro Autua, mentre viene frustato, incrocia lo sguardo con Mr. Ewin, l’avvocato inglese; nel loro incontro successivo quando Autua si imbarca come clandestino a bordo della stessa nave sulla quale è imbarcato l’avvocato, lo schiavo gli rivelerà che loro sono amici, e alla domanda stupita di Mr. Ewin su come potessero essere amici se era la prima volta che si erano visti, Autua gli rivela che lo ha capito dagli occhi: è esattamente così che le anime che vibrano con la stessa frequenza entrano in risonanza riconoscendosi, basta uno sguardo!

L’altra frase che apre alla speranza è il concetto romantico che l’amore sia eterno e capace di continuare anche oltre la morte: “Credo che ci sia un altro mondo che ci attende, ed io ti attenderò li!”

Un errore nella rappresentazione del romanzo di David  Mitchell da cui è stato tratto il film, o un errore del romanzo stesso, è l’assoluta mancanza di speranza nella possibilità di redenzione, nel film infatti i cattivi rimangono sempre cattivi ed i buoni sempre buoni qualunque vita si trovino a rivivere. In tutte le fedi cui il film fa riferimento invece, ogni anima persegue lo scopo di evolvere e diventare migliore attraverso le esperienze vissute nel corso dei suoi innumerevoli cicli di morti e rinascite successive.

Il mio giudizio “quasi sufficiente” vuole comunque premiare due cose: il coraggio degli autori nel cimentarsi in un’opera così difficile ed il fatto che, malgrado le tre ore di durata, non ci si emoziona, ma … nemmeno ci si annoia.

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