THE GREY

the_greyTITOLO: THE GREY

GENERE: DRAMMATICO

TRAMA:

Una umanità ai margini della società fatta di disperati, ex galeotti ed avventurieri, lavora e vive nel luogo per loro forse più naturale, una compagnia petrolifera che trivella il sottosuolo in una landa desolata dell’Alaska, “un lavoro alla fine del mondo”.

In quell’inferno di gelo e uomini depravati, John Ottway è pagato dalla compagnia per uccidere i lupi che attaccano gli operai intenti a lavorare.

John appartiene alla categoria di coloro che si trovano li perché forse non hanno più nessun altro motivo per stare nel mondo civile.

Da quando una triste malattia gli ha portato via la sua dolce moglie, John si trascina in quei luoghi come un’anima che non trova pace, tormentata da un dolore che cinicamente gli consente ancora di lavorare come killer di lupi. La sua pena tuttavia non gli impedisce di provare una sorta di pietà per l’innocenza di quegli animali, mista alla distaccata curiosità di chi osserva arrivare lentamente la morte quando, con la mano appoggiata sul corpo di un lupo ferito, ascolta il suo respiro svanire lentamente.

Arriva il giorno di partire in licenza, ma una bufera di neve fa precipitare l’aereo col suo carico umano. Per i sopravvissuti è l’inizio di un incubo!

(Regia: Joe  Carnahan – anno 2012)

RATING: * * * +

COMMENTO:

Siamo di fronte alla categoria dei survival-movies, ma di ottima fattura. The Grey tiene gli spettatori inchiodati alla sedia sino alla fine ed oltre …. (attenzione a non andare via prima della fine dei titoli di coda!)

La storia è molto più raffinata di quello che si possa immaginare e, in un impercettibile crescendo, trasforma la lotta “per salvare la pelle” in una lotta spirituale.

Il film ci rammenta una natura violentata, stuprata dall’arroganza umana con delle trivelle petrolifere a guardia delle quali pone la sua ridicola tecnologia e John Ottway che con il suo fucile da cecchino uccide uno ad uno i suoi “figli grigi” in uno scontro impari; una natura che grida vendetta con la voce malinconica e triste dell’ululato dei lupi; una natura che prende la sua rivincita e chiede in cambio un tributo di sangue umano.

Il film mette in scena il dramma ancestrale della lotta per la sopravvivenza, contro una natura così potente e forze così incontrollabili da costringere l’uomo a rivolgere il suo sguardo al cielo per chiedere aiuto; un uomo piegato, umiliato, piangente; un cielo silenzioso e muto che non risponde: siamo soli, e la forza per lottare ed andare avanti la dobbiamo trovare dentro noi stessi.

Questo film è stato un colpo basso nella mi ricerca personale; un colpo che non ti aspetti e che ti lascia tramortito, frastornato per diversi giorni. Il meccanismo di identificazione è scattato in pieno: come i sette sopravvissuti all’incidente aereo cerco un senso negli accadimenti: “Se tra tanti siamo sopravvissuti solo noi, ci sarà una ragione, un motivo …!”, e a quel ragionamento ti ci aggrappi con tutte le forze. Forse è il bisogno insopprimibile di ogni uomo quello di cercare una logica nelle cose, per non impazzire ed andare avanti.

Ma nel racconto di Joe  Carnahan  e Ian  Mackenzie Jeffers, passo dopo passo, morto dopo morto, quel senso si affievolisce sempre di più sino a lasciare lo spettatore e gli ultimi sopravvissuti in un silenzio rotto solo dagli ululati dei lupi e dalle urla di disperazione; un vuoto insopportabile, un’assenza che dà una vertigine esistenziale e ti lascia nel dubbio più doloroso di tutti, il dubbio che un senso non vi sia.

Il finale, tuttaltro che banale, è all’altezza del film: bellissima l’inquadratura di Liam Neeson mentre passa in rassegna le foto e con esse le vite dei suoi compagni di sventura. Il suo volto rivela un attore di ottimo livello che con uno sguardo riesce ad esprimere il fiume di emozioni interiori di un uomo ormai provato in tutto che si prepara alla sua ultima epica battaglia:

“Ancora una volta nella mischia, 

nell’ultima vera battaglia che affronterò,

vivi e muori in questo giorno,
vivi 
e muori in questo giorno

 

In quelle drammatiche scene finali, Joe  Carnahan e Ian  Mackenzie sembrano citare la pessimistica visione di Ugo Foscolo nei Sepolcri: la vita di ogni uomo continua soltanto nei ricordi dei viventi.

Per quanto concerne la mia costante ricerca di insegnamenti e tesori da portare a casa, anche in questo film è stata premiata da un importante spunto di riflessione: quando non si trova un senso nella propria vita lo si può trovare prendendosi cura delle vite altrui.

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