ANOTHER YEAR

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GENERE:  DRAMMATICO

TRAMA:

Gerri fa la psicologa in un centro medico della mutua e Tom, suo marito, è un geologo.

Sono serenamente sposati da quarant’anni ed hanno un figlio, Joe, che fa l’avvocato a Londra in un piccolisimo studio senza pretese, frequentato da una clientela alla buona.

La loro vita si srotola tranquilla ma vera, tra lavoro, l’hobby domenicale dell’orto, un buon thè e qualche bicchiere di vino con gli amici più stretti.

Tom e Gerri hanno praticamente “adottato” Mary, la segretaria che lavora nell’ufficio di Gerri, perennemente incasinata ed immatura nonostante l’età. Si vedono spesso anche con Ken, un vecchio amico di Tom che, rimasto vedovo, tenta di andare avanti come può, tra lavoro, cene, pub e tanta birra.

E’ una umanità semplice che affronta insieme l’avventura della vita, e ciò che superficialmente chiamiamo “normalità”, in realtà costituisce una posizione privilegiata ed invidiabile.

(Regia: Mike Leig – anno 2010)

RATING: * * * *

COMMENTO:

Tom e Jerri sono una coppia di sessantenni, affiatata e tranquilla, ma la loro “normalità” si rivela un privilegio raro in un mondo governato da leggi ferree e crudeli;  basta un passo falso e sei fottuto e a volte non hai nemmeno bisogno di sbagliare perché è l’esistenza stessa che, tuo malgrado, ti investe come un treno.

Così i due coniugi divengono, loro malgrado, l’isola deserta che in mezzo al tempestoso mare della vita accoglie i numerosi e sfortunati naufraghi che vi approdano.

Sfortunatamente tutto quello che posso fare per questi sventurati è dare un po’ di riparo e qualche frutto, proprio come fa l’albero di noci di cocco che viene schematicamente raffigurato nell’isolotto deserto in mezzo al mare delle vignette umoristiche, niente di più.

L’alternativa di morire annegati sarebbe forse preferibile, ma non è funzionale al motivo della nostra presenza nel mondo, pertanto “dura lex sed lex”!

La loro fortuita stabilità si trasforma nella  metafora di uno  scoglio a cui aggrapparsi, un punto fermo, un’oasi che fornisce un po’ di accoglienza, conforto e ristoro ai tanti pellegrini derelitti, una umanità sfiancata da prove esistenziali troppo dure.

Un film severo, un realismo che lascia lo spettatore disorientato e stordito proprio come gli sfortunati protagonisti che orbitano attorno a Tom e Jerry, la coppia il cui nome evoca quello di un cartone animato forse per  rendere ancora più stridente il contrasto con la cruda realtà.

Arriva sempre un momento nella vita in cui ti rendi conto che i giochi sono fatti e la partita è conclusa; questa agghiacciante presa di consapevolezza è rappresentata in maniera spietata dal finale scelto da  Mike  Leigh: il film si chiude con un silenzio assordante che avvolge Mary, mentre sul suo volto inebetito ed incredulo si spengono le luci.

E’ uno dei film sulla solitudine più duri che abbia mai visto.

Ci ricorda che nostro malgrado siamo soli e moriamo soli. Gli affetti possono solo alleviare la condizione della solitudine umana ma non possono cambiarla!

A nulla serve fuggire o colmare quel vuoto interiore che ti opprime e devasta cercando di riempirlo con il consumo di ogni sorta di beni, alcolici, cibo, sigarette o automobili. E’ la sconfitta definitiva dell’avere sull’essere.

Stupenda la scelta di usare come metafora le quattro stagioni: Il film inizia infatti con la parte più tenera e paciosa della storia, la primavera, e diventa sempre più duro e spietato, sino a culminare con l’olocausto dell’inverno!

La spietata presa di coscienza di Mary mi ha ricordato una frase nella quale mi sono imbattuto durante il mio cammino:”A volte è meglio scegliere di crescere prima che la vita ti costringa a farlo”.

Il consiglio apparentemente saggio a mio parere non corrisponde a verità. La consapevolezza non è una scelta, è qualcosa di molto più sottile e arduo che si colloca a metà strada tra l’imposizione e la conquista; è una lezione magistrale che ti viene impartita e nei confronti della quale non abbiamo che due sole possibilità: capirla o subirla.

Da un po’ di tempo a questa parte i film che vedo mi stanno infierendo dei cazzotti nello stomaco da lasciarmi steso per giorni … mi sembra che la cinematografia europea stia tornando ad una nuova e fertile stagione neorealista: nel 2010 Londra urla di dolore con Another Day e Vienna, nel 2012, gli fa eco con Amour.

Dopo le tante cazzate, sogni ed evasioni stile hollywoodiano, piovono pietre di duro ma sano realismo …

Sano perché ci aiuta a disvelare la verità, a distinguere la realtà da quel mondo finto che la televisione propone ma che si fatica a riscontrare semplicemente perché non esiste. Avete mai visto scienziate da premio nobel per la fisica, archeologhe o astronaute con fisici e volti da top-models o pin-up? Io personalmente no, anzi mi sa che nella media ci sono più Margherite Hack che Megan Fox e il casting di Another Year  in questo senso non è casuale, quasi a ricordarci che nella vita di tutti i giorni è più normale avere a che fare con dei Tom e Jerry, Mary o Ken piuttosto che con gli dei che artatamente ci propone il cinema commerciale.

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