AMOUR

AmourTITOLO: AMOUR

GENERE:  DRAMMATICO

TRAMA:

Anne e Georges sono una vecchia coppia di musicisti in pensione. La loro vita trascorre tranquilla e serena tra letture, concerti e le saltuarie visite di un vecchio allievo di pianoforte di Anne e della loro unica filgia Eva, che vive e lavora all’estero.

Ma quello che l’ipocrisia e la rimozione collettiva cerca di non vedere, si presenta improvvisamente e prepotentemente nella loro esistenza: un ictus degenerativo colpisce Anne e la loro vita verrà stravolta.

Georges, benché vecchio e stanco, lotterà con tutte le forze per sostenere la sua vecchia e amata compagna, che ormai dipende in tutto e per tutto da lui e da una infermiera che viene tre volte alla settimana.

Ma la malattia, con asettica e spietata crudeltà, porterà lentamente via tutto, persino la sua dignità; un consumarsi inesorabile che pone ogni essere umano dinnanzi alla cruda e raggelante realtà della sua fine.

(Regia: Michael  Haneke – anno 2012)

RATING:  * * * * *

COMMENTO:

Vincitore della Palma d’oro al festival di Venezia 2012: mai premio fù più meritato!

Splendida e gelida rappresentazione che forse solo la cultura austriaca dell’autore era in grado di raccontare con tanta lucidità!

Sono rimasto silente per tre giorni …. Come si fa a recensire un’opera d’arte così? Quali parole si possono mai trovare per descrivere il tema dei temi, il leitmotiv di qualsiasi vita degna di questo nome?

Ogni parola (almeno per quanto riguarda le mie limitate capacità) mi sembrava inadatta e misera dinnanzi alle forze più potenti e misteriose dell’esistenza umana: Eros e Thanatos, amore e morte!

Non basterebbero tomi di letteratura, poesia, filosofia o religione per esaurire questi due argomenti.

Così per alcuni giorni ho pensato che dinnanzi a questa magistrale  rappresentazione artistica della più classica delle tragedie, il mio migliore tributo fosse un rispettoso ed estatico silenzio.

Tuttavia ho preso un impegno con me stesso e con chi ama scoprire i tesori nascosti in ogni opera cinematografica, così alla fine ho deciso di provare a cimentarmi in questa ardua recensione.

Anziché tentare di descrivere tutte le sue implicazioni con fiumi di parole che, come ho già detto, rischierebbero di banalizzare un film così importante, ho scelto l’estrema sintesi.

La frase che a mio parere riassume e descrive meglio questo film è la seguente:” Una delle più belle definizioni di amore che abbia mai visto!”.

Non troverete la minima traccia di pietismo, o melliflui e facili luoghi comuni. Soltanto un sobrio e crudo realismo che dipinge con una delicatezza indescrivibile l’amore di una coppia dopo una vita passata insieme, senza spazio alcuno per fronzoli o edulcorazioni artificiali. Un amore, con tutte le sue asperità umane e un grande rispetto reciproco.

Taglienti come spada gli incontri-scontri verbali tra il vecchio padre Georges ed Eva, imbottita di teorie buoniste da brava figlia, che malgrado la loro probabile veridicità si scontrano e naufragano di fronte al pragmatismo della vita quotidiana, che con i suoi impegni ingoia e rende vano, se non addirittura ipocrita, ogni tentativo di interventi concreti e risolutori. Pochi dialoghi che mi hanno segnato profondamente e mi hanno fatto riflettere sull’autenticità di ciò che noi chiamiamo amore filiale, forse perché ho vissuto personalmente l’argomento solo un anno fa, in occasione della morte di mio padre.

Il ritmo è perfetto e porta lo spettatore dentro la dimensione temporale della vecchiaia, fatta di gesti lenti, ripetuti, rassicuranti, abitudinari; rituali consolidati negli anni, come quello di cambiarsi le scarpe ogni volta che si rientra a casa, mangiare insieme sullo stesso tavolino in cucina, o leggere nel salone, pieno di ricordi accumulati negli anni.

Anche il modo di percepire gli eventi viene modificato dall’età, che impone priorità differenti: a trent’anni la scoperta che dei ladri hanno forzato la serratura e sono entrati in casa, è un dramma che ad ottant’anni diventa quasi un dettaglio di poca rilevanza.

Il tema della sofferenza della persona amata, dell’eutanasia, non poteva essere trattato meglio e nessuna autorità esterna avrebbe il diritto di sentenziare o giudicare al di fuori delle persone interessate.

Bellissima una frase apparentemente insignificante di Anne, che quasi capricciosamente chiede al suo vecchio marito di alzarsi da tavola per portarle l’album delle fotografie: “Perché?” – chiede lui sottintendendo: “Perché proprio adesso che stiamo mangiando!?”.

Ma la risposta in codice non tarderà ad arrivare dalla sua compagna che mentre sfoglia le foto commenta:”E’ bello vivere una vita così lunga …!”.

Il vero problema, la vera difficoltà nella scelta di curare un proprio caro che sta male è quello di capire quando è “abbastanza”! Sino a che punto è giusto curare e quando invece la cura si trasforma in un inutile, egoistico  accanimento?

La scelta dev’essere libera a lasciata alle uniche autorità interessate: la coscienza dei protagonisti!

Un’altra considerazione che il film mi ha regalato è la risposta ad una domanda terrificante: “Che senso ha una fine così crudele per l’esistenza umana, se non quello di rendere desiderabile la fine stessa, ossia rendere desiderabile andarsene?”.

Un vero tocco da maestro il finale del film, che pur rispettoso dello stile sobrio e non mellifluo dell’intera storia, riesce ad essere romantico come pochi altri!

Un avviso non secondario: nel corso degli anni ho imparato che il prezzo di un’opera d’arte può essere altissimo, e questo è uno di quei casi. Quando la bellezza dell’opera è “la tristezza”, sappiate che per poter bere da quel calice si deve essere anche disposti a stare male per diversi giorni!

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