REALITY

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GENERE:  DRAMMATICO

TRAMA:

In un emblematico quartiere di Napoli, la vita dei singoli individui si intreccia e si mescola in un rivolo di relazioni umane aventi come unico scopo quello di sopravvivere come si può.

Tra i mille mestieri e stratagemmi ideati c’è quello di una truffa ai danni di una fabbrica di piccoli “robottini” da cucina, che consiste in ordini di acquisto intestati a nullatenenti per poi essere rivenduti.

In quel mondo così pittoresco si muove e vive l’unitissima famiglia di Luciano Ciotola.

Luciano è una persona semplice, che vive del suo lavoro di pescivendolo, arrotondato con il business dei “robottini” che coinvolge tutta la povera gente del quartiere.

Ma un giorno, sotto forma di casting per il Grande Fratello, si presenta forse la svolta della vita, la sua grande occasione!

(Regia: Matteo Garrone – anno 2012)

RATING: *  *  *

COMMENTO:

Trovo una grandissima difficoltà nel recensire questo fillm … non amo Fellini e odio la napoletanità, figuratevi un “Fellini napoletano” come il Matteo Garrone di Reality!

Non fraintendetemi, parlo ovviamente di quella “napoletanità” allucinante che mortifica i napoletani seri e diversi da quelli descritti dai luoghi comuni; la napoletanità che i benpensanti, con una mistificazione e superficialità disarmanti, spacciano per folklore, mentre in realtà si tratta di semplice miseria e sottocultura.

Mentre ho ammirato la potenza dello stile narrativo autentico e realistico di Gomorra, le atmosfere  felliniane ed oniriche dell’ultima fatica di Garrone, collocano Reality su un versante diametralmente opposto, che non incontra i miei gusti.

Il mio personalissimo ed ingiusto voto sarebbe stato poco più della sufficienza, ma il livello artistico superiore e l’ottima regia, rendono più equilibrato un rating di tre stelle.

Straordinaria l’esperienza umana ed artistica di Aniello Arena (nel film Lucinao Ciotola), un bravo attore che si è formato in carcere, che assieme al resto del casting riprende la vecchia tradizione del neorealismo italiano di Pasolini.

I colori sono quelli di un quadro a tinte forti dai contrasti violenti, fatti dai vestiti in lamè messi da parte per matrimoni e grandi occasioni e case miserabili dai muri scrostati ed ammuffiti, contro le quali quello sfarzo kitsch e improvvisato  si infrange impietosamente, disvelando una realtà ben diversa.

Il mondo che Matteo Garrone dipinge, più che un quartiere è una famiglia allargata, dove tutti sanno e partecipano alla vita di tutti, dove anche una pescheria è un palcoscenico e vendere il pesce è una delle tante occasioni per mettere in mostra la teatralità che scorre nel sangue di attori innati ed inconsapevoli, che ogni giorno mettono in scena lo spettacolo della sopravivenza.

Una umanità miserabile, solidale, vera, atavicamente maestra nell’arte di arrangiarsi, immersa in un’etica che mescola idoli religiosi e filosofia popolare empirica, senza alcuna raffinatezza o amore per la bellezza; il kitsch e la volgarità regnano sovrani nella più totale inconsapevolezza di menti semplici come quelle di un bambino.

Ciò, come ogni realtà, ha una duplice valenza, una positiva e l’altra negativa: come i bambini si tratta di persone ingenue dai cuori puri, ma sempre come i bambini, le loro menti sono deboli, fragili, delicati come cristalli di neve al sole; in quelle menti infantili un evento che si colloca appena al di fuori della loro semplicità (come il provino in un centro commerciale per il Grande Fratello) può creare delle devastazioni irreparabili!

Inquietante l’incapacità di distinguere la realtà dal sogno di Luciano, ben rappresentata quando all’interno della discoteca, in mezzo ai sacerdoti e sacerdotesse del nulla, ammira incantato un ex partecipante della precedente edizione del Grande Fratello librarsi nell’aria, mentre, vestito di lustrini, scandisce al microfono il suoi vuoti slogan.

Luciano Ciotola vedeva in lui un personaggio mitico laddove una mente normodotata avrebbe visto soltanto un salame appeso ad un cavo. E’ il paradossale frutto avvelenato dei format televisivi che promettono “Reality”, ossia realtà, mentre si tratta di volgare menzogna e falsità

Dal punto di vista sociologico, le persone descritte da Matteo Garrone in Reality, disvelano quella vasta audience di programmi spazzatura, che tragicamente spiegano il desolante livello della classe politica di questo paese!

Una tipologia di elettori dalle menti dolosamente distorte, che pensa “di poter vivere solo di truffe o di colpi di fortuna, come diventare famosi in televisione; la fotografia disperata di un’Italia a pezzi. Un’Italia pronta a consegnarsi alla televisione, unico dio rimasto” (Luca Vinci, ‘Libero’, 19 maggio 2012), ben rappresentata dalla fauna di aspiranti divi in coda a Cinecittà per i casting. Un cancro che molto difficilmente sarà possibile estirpare se non investendo in formazione, scuola, cultura e tempo.

Concetto meravigliosamente espresso da un maestro della critica come Paolo Mereghetti, nel ‘Il Corriere della Sera’, del 19 maggio 2012:

“Il genocidio di un popolo e di una cultura, di cui parlava Pasolini si è ormai compiuto e Garrone ce lo racconta con un film intenso e dolente, apparentemente lontano dallo sguardo cronachistico e ‘neorealista’ di ‘Gomorra’ ma in realtà speculare e altrettanto ‘politico’. ‘Reality’, non racconta soltanto l’involuzione paranoica di un pescivendolo convinto che qualcuno lo spii nascostamente, ma soprattutto ci illustra il vuoto di valori e di senso della realtà di un popolo intero, quello che ha barattato la sua cultura e la sua morale per molto meno di un piatto di lenticchie, per un’identità inconsistente e volatile, che promette successo e ricchezza e invece offre stanche maschere da marionetta.

lo smascheramento di un uomo – e di una nazione – che non sa più distinguere i reality dalla realtà. Senza cinismo, senza disprezzo ma con una coscienza del vuoto morale e culturale italiano degna di un grande antropologo.”

Un’altra interessante considerazione è quella di come la povertà, entro certi limiti, aumenti il calore umano e l’importanza della famiglia. Le statistiche di questi difficilissimi tempi di crisi economica ci parlano di persone che ne riscoprono i  valori, forse perché è l’ultimo vero ammortizzatore sociale rimasto. Diciamo che da un punto di vista psico-biologico, in situazioni ambientali difficili l’essere umano è portato naturalmente ad abbandonare l’individualismo e a tornare a forme di aggregazione, quali clan o tribù, più vantaggiose per la sopravivenza!

Tradotto in un linguaggio etico, potremmo dire che mentre la ricchezza ed il benessere portano all’isolamento e alla solitudine, lo stato di sobrietà porta all’associazionismo.

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